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Il ruolo importante delle discipline umanistiche
L’intelligenza artificiale non è solo codice e prompt. È anche psicologia, linguaggio, etica, design.
Una conversazione illuminante con Veronica Del Priore mi ha aperto gli occhi su una dimensione dell’AI che spesso trascuriamo: il valore delle competenze umanistiche nel plasmare il futuro di questa tecnologia.
Dopo anni passati a testare tool, creare automazioni e insegnare il lato tecnico dell’AI, mi sono reso conto che c’è un pezzo del puzzle che manca. E quel pezzo potrebbe fare la differenza tra un’intelligenza artificiale che funziona e una che davvero comprende.
Quando il tecnico incontra l’umano
Veronica si definisce “la traduttrice del tecnico” e questo mi ha subito incuriosito. Nel suo lavoro trasforma il linguaggio naturale in tecnicismo e viceversa, creando strategie AI-first che vanno oltre la semplice implementazione di tool.
La verità è che in un team che gestisce un’azienda o una startup non servono solo esperti di prompt o di codice. L’AI è creata dalle persone, sia nei dati che la alimentano che nel codice che la governa. E le persone portano con sé bias, prospettive, esperienze che inevitabilmente si riflettono nella tecnologia che creano.
Un esempio concreto? Chiedete a qualsiasi AI di generare l’immagine di un esperto di tecnologia. Nel 90% dei casi vedrete un uomo bianco. Non è un caso: è il riflesso dei bias presenti nei dati di training e nelle scelte di chi ha sviluppato questi sistemi.
Il conversation designer: la figura che non sapevo di cercare
Durante la nostra chiacchierata, Veronica mi ha introdotto a un ruolo di cui non avevo mai sentito parlare: il conversation designer. Questa figura crea i flussi conversazionali per le AI, scrive domande e risposte, e dà supporto quando l’intelligenza artificiale viene customizzata per clienti specifici.
Mi è tornato in mente quando stavo realizzando un chatbot per un cliente. Mi dissero: “Perché non ci metti dentro delle regole di linguaggio?” Certo, potevo scaricare un libro sulle tecniche di vendita e inserire le regole. Ma sarebbe stato come usare un bazooka per uccidere una mosca.
Quello che serve davvero è una persona esperta di linguistica che segua la creazione del chatbot, che crei le regole basandosi su competenze profonde, non su una ricerca superficiale. Il brainstorming deve coinvolgere figure umanistiche, tecniche e le persone che lavorano nell’azienda.
L’AI che comprende le emozioni (o almeno ci prova)
Un aspetto che mi ha colpito è l’esistenza di tecnologie come la sentiment analysis e l’emotion analysis integrate nelle AI conversazionali. Questi sistemi analizzano il tono di voce, le parole utilizzate e persino le espressioni facciali per modulare le risposte in tempo reale.
Ma qui sta il punto: l’AI non prova emozioni. Per farla rispondere in modo appropriato servono persone che conoscano i modi di interagire in base alle varie emozioni. Psicologi, comunicatori, esperti di comportamento umano diventano fondamentali per creare interazioni davvero human-centered.
Il reskilling necessario (anche se fa paura)
Ho toccato con mano la resistenza al cambiamento in molte aziende. Ci sono persone che lavorano da una vita nella stessa posizione, hanno un buon stipendio, stanno bene. Perché dovrebbero rimettersi in gioco?
La risposta è semplice: chi non si adatta ora, rimarrà indietro domani. L’AI non è una moda passeggera. È una rivoluzione che sta già trasformando il modo in cui lavoriamo. E non si tratta di sostituire le competenze umane, ma di potenziarle.
Prendiamo l’esempio dei venditori che fanno chiamate ogni giorno. Potrebbero trascrivere le loro call e utilizzare prompt specifici per analizzarsi, migliorare, capire quali domande ricorrono di più. Se 20 consulenti fanno 10 chiamate al giorno e scopriamo che i clienti fanno sempre la stessa domanda, possiamo creare contenuti mirati che colpiscono quel punto di dolore.
La personalizzazione dello studio con l’AI
Una delle cose più potenti che ho scoperto è come l’AI possa personalizzare il modo in cui apprendiamo. Io stesso, che fino a 35 anni non sapevo cosa volesse dire studiare davvero, ho trovato il mio metodo: trasformo i paper in podcast, metto le cuffiette e vado a camminare. Apprendo meglio ascoltando che leggendo.
Notebook LM è diventato uno strumento fondamentale per questo. È gratuito, basta un’email Gmail, eppure pochissimi lo usano. Puoi caricare documenti, creare mappe mentali interattive, generare podcast conversazionali. È come avere un tutor personale che adatta il contenuto al tuo stile di apprendimento.
Il gender gap nell’AI: un problema da affrontare
Un tema che mi sta particolarmente a cuore è la scarsa presenza femminile nel mondo tech e AI. Quando lavoravo nel digitale, ho notato che nella creatività trovavo molte donne, nel tecnico molte meno. Con l’AI, che dovrebbe essere un boost per tutti, vedo ancora questa disparità.
Veronica fa parte di Donne 4.0, un’associazione che lavora per ridurre il gender gap partendo dalle ragazze delle superiori. L’obiettivo è instillare quella curiosità necessaria per avvicinarsi al mondo tech, far capire che sì, sono capaci di farlo e che possono portare un valore aggiunto di cui abbiamo bisogno.
La diversità non è solo una questione etica. È una necessità pratica. Diverse prospettive nella scrittura del codice possono migliorare le AI, renderle meno soggette a bias, più inclusive, più capaci di comprendere la complessità umana.
Contenuti AI: tra trasparenza e autenticità
Durante la live abbiamo toccato anche il tema dei contenuti generati con AI. Io stesso ho iniziato a inserire un disclaimer nei miei articoli, una sezione chiamata “trasparenza dell’articolo” dove spiego esattamente come è stato creato il contenuto.
Non mi vendo come giornalista o copywriter. Sono un Digital Marketing & AI Strategist che usa l’intelligenza artificiale come amplificatore. Il contenuto parte sempre da un mio input, da una mia idea, da una mia ricerca. L’AI mi aiuta a strutturarlo, migliorarlo, renderlo più chiaro. Ma il concetto, l’esperienza, il valore sono miei.
Il problema dei contenuti “total AI” non è tanto la penalizzazione sui social (anche se sono facilmente riconoscibili), quanto l’effetto mucca pazza di cui parla Matteo Flora: se alleniamo le future AI solo con contenuti generati da AI, creiamo un loop che degrada la qualità dell’informazione.
Le applicazioni concrete che cambiano la vita
Quello che mi entusiasma di più sono le applicazioni pratiche dell’AI che migliorano davvero la vita delle persone. Durante la live sono emersi esempi incredibili:
- Bambini con autismo che usano AI specifiche per elaborare le emozioni in un ambiente protetto
- Persone con DSA che trasformano i contenuti in formati più accessibili
- Strumenti che permettono a persone sorde di comunicare negli uffici pubblici senza interprete
- Medici e ricercatori che velocizzano diagnosi e analisi dei dati
L’AI può davvero essere uno strumento di inclusione e autonomia, specialmente per chi affronta difficoltà quotidiane.
Il futuro è nella collaborazione, non nella sostituzione
La lezione più importante che ho imparato da questa conversazione è che il futuro dell’AI non sta nel sostituire l’umano, ma nel creare una collaborazione sempre più stretta tra competenze tecniche e umanistiche.
Servono conversation designer che comprendano le sfumature del linguaggio. Psicologi che aiutino a creare interazioni più empatiche. Educatori che rendano l’AI accessibile a tutti. Comunicatori che traducano il tecnico in umano.
E soprattutto, serve che tutti noi, indipendentemente dal nostro background, ci avviciniamo a questa tecnologia con curiosità e apertura mentale. Perché l’AI non è il futuro: è già il presente. E sta a noi decidere che forma darle.
Inizia oggi il tuo Re-Skill
Se questa conversazione ti ha incuriosito, ti invito a fare il primo passo. Non serve diventare esperti di codice o di prompt engineering. Inizia con la curiosità:
- Testa Notebook LM per i tuoi studi o ricerche
- Prova a trascrivere e analizzare le tue conversazioni di lavoro
- Sperimenta con tool gratuiti come quelli che condivido nel mio canale
- Ma soprattutto, porta la tua prospettiva unica in questo mondo
L’intelligenza artificiale ha bisogno di tutti noi. Delle nostre competenze, delle nostre esperienze, della nostra umanità. Solo così potremo costruire un futuro in cui la tecnologia amplifica il meglio di ciò che siamo, invece di replicare i nostri limiti.
Segui Veronica del Priore
Questa conversazione con Veronica Del Priore mi ha aperto prospettive che non avevo considerato. Se vuoi approfondire questi temi, seguimi su YouTube dove condivido tutorial pratici, casi studio e altre conversazioni illuminanti come questa. Perché l’AI non è solo tecnica: è soprattutto visione.
Articolo generato con il Supporto di Claude Opus 4
Articolo scritto con il supporto dell’intelligenza artificiale, sotto la mia supervisione. La responsabilità di quello che leggi è mia.
